Facci, confessione di uno "svaporatore"

06.06.2013 15:51

"Quante bugie sulle sigarette elettroniche"

Nessuno sa se fanno male. Ecco perché, per ignoranza, vogliono combatterle

di Filippo Facci www.ilfattoquotidiano.it

Ho fumato dalle 30 alle 60 sigarette al giorno per 29 anni, ho fumato sempre, ovunque, durante ogni cosa, in ospedale, in diretta tv, mentre mangiavo, dopo un’anestesia, dopo e durante ogni sport, in acqua, in alta montagna, dopo aver fumato, prima di fumare ancora. A 40 anni esatti smisi da un giorno all’altro: il contraccolpo mi fece decollare la pressione e mi catapultò in terapia intensiva al San Raffaele (per tre giorni) dopodiché un cardiologo mi disse una delle frasi più gradite della mia esistenza: «Forse lei dovrebbe ricominciare a fumare, per poi smettere più gradatamente». Seguii il consiglio per metà. Nel frattempo ho letto decine di libri sul fumo: compreso il celebre «È facile smettere di fumare se sai come farlo», il cui autore, Allen Carr, come pochi sanno, è morto di tumore ai polmoni 23 anni dopo aver smesso. Ho studiato l’argomento, mi sono confrontato con specialisti, ho denunciato le ricerche farlocche, ho consultato,  per un libro che ho scritto, più di duecento studi internazionali sul fumo attivo e passivo. Dopodiché, sei mesi fa, è irrotta nella mia vita la cosiddetta sigaretta elettronica: e ho smesso gradatamente di fumare sigarette vere senza peraltro avere la minima volontà di farlo, perché fumare mi piaceva ma «svapare», semplicemente, mi piace molto di più. Ora sto meglio, spendo meno, la salute ne ha guadagnato, il gusto e l’olfatto pure. Ho dovuto trovare lo strumento e aromi a me congeniali (altrimenti è inutile) e ho cercato di documentarmi, ho tradotto qualche ricerca, ho discusso con commercianti e con chimici che al solito ho selezionato tra farabutti e onest’uomini. Un’idea me la sono fatta: dopodiché, ora, è arrivata la carica delle cazzate che ci tocca leggere sull’argomento, perché lo Stato (o meglio, l’erario) ha scoperto le sigarette elettroniche ma soprattutto che le entrate fiscali sono in deciso calo. Questa preoccupazione batte ogni altra apprensione per la nostra salute, e non fanno neanche tutti questi sforzi per nasconderlo.

A favore -  Ricominciamo dall’abc, dunque. Le sigarette elettroniche (e-cig) non fanno fumo, non c’è combustione: fanno vapore. Non ci sono quindi catrame, carta, additivi o altre delle migliaia di sostanze presenti nel tabacco. È come fare un piccolo aerosol. Una certezza c’è: non sono cancerogene. Per il resto, uno studioso autorevole disposto a sostenere che il vapore faccia male al cuore o ai polmoni non l’hanno ancora trovato, tanto che Umberto Veronesi ha detto che «la sigaretta elettronica è assolutamente innocua, soprattutto quella senza nicotina, tanto è vero che, per esempio, è utilizzata per un protocollo scientifico multicentrico ufficiale. Può essere uno strumento molto utile per iniziare un processo di disassuefazione».  

Contrari - Sul fronte opposto c’è il professor Silvio Garattini, noto anti-fumo che tuttavia non dice che lo «svapo» faccia male, dice un’altra cosa: «Non ci sono dati adeguati che permettano di stabilire se la sigaretta elettronica sia in grado, in quale misura e per quanto tempo, di disintossicare dall’abuso del tabacco... Non mi sembra positivo il fatto che anche chi non fuma cominci a fare uso di questo strumento». Va notato come la valutazione di entrambi i professori veda nella sigaretta elettronica solo uno strumento terapeutico, e non - come me, e come milioni in tutto il mondo - un piacere di per sé. È il primo errore. Lo «svapo» non è il metadone del tabacco: è, per moltissimi, un piacere semplicemente superiore, una delizia che spinge a collezionare aromi o a farseli, ordinarli all’estero, avvicinarsi ad apparecchi sempre più performanti e sofisticati (mai avrei pensato che avrei potuto svapare certi missili che uso adesso) e che nel tempo tendono a trasformare la stupida assuefazione alle sigarette in un approccio paragonabile al rito della pipa o del sigaro Habana. La differenza non pare da poco. Io non consiglierei a nessuno di iniziare a fumare sigarette normali, a meno che un tizio riesca a fumarne solo due o tre al giorno, cioè quasi mai; di  iniziare a «svapare», invece, potrei anche consigliarlo. Senza nicotina, se possibile. O con pochissima.  I veri «svapatori», del resto, tendono a non usarla. Magari impiegano un annetto buono, ma calano o la eliminano: così l’aroma ne guadagna. Se si elimina la nicotina da una sigaretta normale, invece, non sa più di niente, o sa di carta. I liquidi in vendita perciò possono contenere quantità industriali di nicotina (da 24 mg/ml in giù) oppure non contenerne affatto. Mi sono accorto, personalmente, che fumare tutto il giorno a 18 mg/ml (come facevo all’inizio) mi rendeva schizzato e nervoso, tanto che una sera, partecipando a una trasmissione su Raitre, maltrattai un’ospite più del dovuto. Il che restava dovuto: era Luisella Costamagna.

Paragone impossibile - Un parallelo con le sigarette normali, proseguendo, resta impossibile: è un tipo di assunzione completamente diversa. Se e quanto l’e-cig possa far male si attende di capirlo da protocolli di studio oggi insufficienti: dipende dalle dimensioni dello strumento, dall’atomizzatore che produce il vapore, dalla tecnica di fumata, dal tipo di liquido usato, da cento cose. I tre ingredienti principali degli aromi restano il glicole propilenico, la glicerina e le fragranze che già si usano in dolci, bibite e caramelle. C’è chi usa solo liquidi americani, più gustosi e densi, mentre altri li rifiutano per le stesse ragioni, o perché non è chiara la provenienza della nicotina immessa. La maggior parte degli svapatori italiani, parlo dei più maniaci, usa prodotti naturali (esiste un «biologico» anche in questo campo) e rigorosamente Made in Italy, anche se le sigarette top, la Provari e la Zmax, sono di provenienza americana e cinese.

Divieti a casaccio - Le multinazionali del tabacco sanno che il futuro passa da qui: comprano aziende di aromi e di hardware (anche se il brevetto resta cinese) e ci studiano come in realtà fanno dagli anni Novanta: il loro obiettivo  è che le e-cig diventino prodotti da tabaccheria e che i vari negozietti vadano a sparire. Ora, in effetti, è una giungla: i vari Stati non sanno che pesci pigliare. Applicare le accise sul tabacco? Ma la nicotina non si ricava solo dal tabacco, e molti liquidi, come detto, non ne contengono. Dunque è un prodotto farmaceutico, come i cerotti alla nicotina? Nel qual caso, la tassazione si abbassa. Così, nell’attesa, le e-cig non sono niente: il ministro ha dovuto ammetterlo. Che si fa allora? Si vieta a casaccio e senza convinzione: treni, aerei, scuole, uffici pubblici. Servirebbe una variante alla Legge Sirchia, ma è complicato. Il Consiglio superiore di Sanità ha elaborato un parere per il ministro, ma sono cinque paginette perlopiù attendiste: vietato alle donne in gravidanza, l’uso compulsivo della nicotina fa male e crea dipendenza. Capirai. «Stiamo lavorando a una direttiva sul tabacco» ha detto ancora il ministro. Perfetto: nelle sigarette elettroniche non ce n’è.